Tanti ricorderanno senza dubbio Scott Walker, membro dei Walker Brothers, quello di “Make it easy on yourself”. Oggi purtroppo la sua etichetta discografica, la 4AD, ha annunciato la sua morte. Scott aveva 76 anni, era nato negli Stati Uniti ma in seguito ottenne cittadinanza britannica. Walker, il cui vero nome era Noel Scott Engel, divenne famoso a metà degli anni Sessanta con il suo gruppo, i Walker Brothers, di cui facevano parte anche John Maus e Gary Leeds.
Il trio conquistò il primo posto della classifica britannica con le hit “Make it easy on yourself” e “The sun ain’t gonna shine (Anymore)”. Insieme ai Walker Brothers, Walker incise otto dischi, per poi dedicarsi alla carriera solista: alcuni dei suoi dischi sono considerati i più avventurosi e frenetici dell’epoca. Il suo ultimo lavoro è stata la colonna sonora del film Vox Lux con Natalie Portman e Jude Law, che è uscito lo scorso dicembre. Le cause della morte non sono ancora state rese note. (Continua dopo la foto)
Classe 1943, il cantante cominciò a muovere i suoi primi passi nel mondo della musica tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, suonando il basso nel circuito live di Los Angeles e incidendo alcuni dischi prima come solista e poi come membro dei Routers e dei Dalton Brothers. Già nel 1967 Scott Walker aveva intrapreso la sua carriera discografica come solista, consegnando al mercato l’album “Scott”, al quale avevano poi fatto seguito “Scott 2” (1968, con il quale volò al primo posto della classifica degli album più venduti nel Regno Unito), “Scott 3” (1969) e altri dischi. (Continua dopo la foto)
Poco considerato in patria, l’autore e cantante continuò a riscuotere successo in Gran Bretagna, tanto da diventare una figura di culto che negli anni a venire avrebbe ispirato profondamente personaggi come David Bowie, David Sylvian, Marc Almond e Julian Cope, con testi colti, tenebrosi e provocatori, molto poco consoni al clima spensierato del pop dell’epoca. (Continua dopo la foto)
Anche nelle cover (con molte riprese dal repertorio di Brel, “Amsterdam” e “My death” su tutte, ma anche da Bacharach-David, Weil-Mann, Tim Hardin e André Previn) e negli arrangiamenti, spesso di impronta morriconiana, Walker mostrò un gusto e un tocco tutto speciale, raffinato ed esistenzialista. Negli anni successivi il culto fu alimentato da apparizioni pubbliche sempre più diradate (ma nel 2000 fu proprio Walker a curare il Meltdown Festival londinese, ingaggiando band contemporanee come Radiohead e Blur) e da dischi sempre più rari, sconcertanti e radicali.
Ti potrebbe anche interessare: Trono di Spade, il dramma di Emilia Clarke: “Ho avuto 2 aneurismi celebrali”. Operata d’urgenza
fbq(‘track’, ‘Gossip’);
Ultima modifica il 25-03-2019 alle ore 12:01/